Olympia

A cura di: Marco Baracco

Di avvenimenti importanti a Torino, nel passato, ce ne sono stati; nessuno però che io possa ricordare come evento "al centro del mondo".
L'anno Duemilasei, per noi torinesi, ha significato una data unica che, nell'arco della nostra vita, credo non si potrà ripetere tanto facilmente.

Per qualche anno abbiamo imprecato per i cantieri stradali disseminati ovunque, le code interminabili nelle strade della città, disagi d'ogni genere che hanno portato questa città ad essere, attivamente per circa un mese e poi nel ricordo, Olympia.

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Il Lingotto si è definitivamente spogliato del vecchio "vestito industriale" ottocentesco, diventando cuore pulsante di tutta l'organizzazione.
Come per incanto il vecchio Stadio Comunale, con le gradinate in disuso dove crescevano ormai le betulle, è rinato svelandosi Stadio Olimpico, come quello di Atene.

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Le strade della città si sono colorite di stendardi mostrando nuove fughe prospettiche, ovunque i cantieri ed i ruderi poco decorosi sono stati foderati con i teli ufficiali illustrati con le icone degli sport invernali.

Le vie del centro sono state costantemente affollate da due componenti umane ormai dimenticate: i turisti e, sopra tutti, i torinesi.
Questi cittadini, come me, si sono effettivamente riappropriati della città, degli spazi ristrutturati e rinnovati, hanno respirato aria di rilancio.

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Chi avrebbe mai scommesso, anche solo qualche anno fa, di riempire le strade durante le "notti bianche", di trasformare Piazza Castello in Medal Plaza, di schiodare i proverbiali e sabaudi bogia nen dai loro rifugi?

C'è stato tempo per tutti di ricredersi e gustare la perfetta organizzazione della macchina olimpica, ovunque si potevano notare i volontari nelle loro divise sgargianti, si ascoltavano lingue sconosciute condividendo le stesse lucenti atmosfere.

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Al di là delle polemiche che hanno accompagnato tutto l'iter preparatorio, i soldi spesi e quelli ancora mancanti, voci e contro-voci, bisogna ammettere che l'avvenimento Olimpiadi Invernali Torino 2006 è stato veramente singolare e poterlo vivere dall'interno ha generato sensazioni che sono molto difficili da esternare.

Dal punto di vista fotografico ha portato con sé luci e colori unici ed irripetibili quali non si potranno ritrovare, né qui né altrove, in un altro tempo.

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Per motivi professionali ho avuto l'occasione di poter accedere ai luoghi sede delle competizioni fuori dall'orario delle gare, quando era in corso la manutenzione, durante gli allenamenti, gli spazi per gli addetti ai lavori; ho potuto vedere e, ovviamente fotografare, quei luoghi inaccessibili al pubblico dove si muovevano in backstage gli atleti, i loro accompagnatori, i giornalisti, le forze dell'ordine, i fotografi e gli operatori delle televisioni di tutto il mondo.

Mi è stato possibile così fotografare il villaggio olimpico dall'interno, passeggiando con atleti ed allenatori sotto i rinnovati archi di cemento degli anni '20, le sale stampa, i palazzi del ghiaccio vuoti.

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Ne è scaturita una serie di visioni piuttosto insolite, diverse dalle scene che sono state trasmesse dai media e dalle cartoline illustrate di Torino 2006.

Il mio vedere fotografico ha trovato spazio per sperimentarsi attraverso due corpi D70, accompagnati dal 18-70mm f3.5-4.5G ED-IF AF-S DX Zoom Nikkor e dal mio inseparabile Nikon AF Nikkor 28-105mm f/3.5-4.5D IF che, nonostante sia un progetto precedente, sul digitale produce ottimi risultati.

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Questa storia potrebbe apparire come una descrizione sdolcinata e patetica. Non lo so, ma per uno come me che ricorda vagamente Italia '61, la monorotaia, la funivia del Parco Europa e quei pochi altri flash registrati dagli occhi di un bimbo degli anni Sessanta, qualcosa di nuovo proprio ci voleva.

In questa occasione la memoria ha registrato tutto il possibile. Per sempre.
 

 

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