Islanda, vulcano Bardarbunga

A cura di: Elisabetta Rosso

Ero da poco rientrata in Italia, lo scorso agosto 2014, dopo l’ultimo viaggio fotografico estivo, quando ho sentito che uno dei polmoni infuocati islandesi, il vulcano Bardarbunga (Bárðarbunga in lingua locale), dava i primi segnali di attività eruttiva dopo una lunga serie di terremoti...


2014, Elisabetta Rosso

Dopo tanti viaggi posso dire di iniziare a conoscere l’Islanda. Ho da subito amato questa terra incredibile dove le regole che determinano la combinazione e l’alternanza degli elementi sembrano continuamente stravolte. Durante ogni viaggio emerge quella forte sensazione di essere su un suolo vivo, su una terra che respira sotto i nostri piedi, una terra che cambia, un divenire di cui possiamo essere solo piccoli spettatori. Una terra di contrasti: di calore e di gelo, di geyser e di ghiacci, di pozze calde e di gelide distese di lava.


© 2014, Elisabetta Rosso
© 2014, Elisabetta Rosso

Ero da poco rientrata in Italia, lo scorso agosto 2014, dopo l’ultimo viaggio fotografico estivo, quando ho sentito che uno dei polmoni infuocati islandesi, il vulcano Bardarbunga (Bárðarbunga in lingua locale), dava i primi segnali di attività eruttiva dopo una lunga serie di terremoti. Ho appreso la notizia tramite il magazine islandese Iceland Review diretto da Benedikt Jóhannesson.

Quello che ho visto dalle prime fotografie era qualcosa che andava oltre le esperienze islandesi già vissute.

Era qualcosa che mi creava inquietudine ma che desideravo scoprire. In pochi giorni si è aperta la fessura eruttiva nella zona di Holuhraun, proprio vicino ad Askja e a pochissimi chilometri dalla calotta glaciale del Vatnajökull. Appena iniziata l’eruzione la zona è stata interdetta, tutte le strade bloccate, tranne quella utilizzata dalla polizia e da chi riesce a ottenere le rare autorizzazioni per raggiungere il vulcano: vulcanologi, studiosi, giornalisti e fotografi. Sempre scortati dalla polizia che presidia il territorio.

© 2014, Elisabetta Rosso

Avevo già visto immagini di dettaglio della zona eruttiva ma quello che mi affascinava era non solo l’eruzione ma tutto il contesto nel quale si era creata la fessura: così alieno, lunare.

Il silenzio che normalmente avvolge quella zona è assordante. Mi chiedevo invece adesso come fossero i suoni di un evento di questa portata. Volevo partire per poi raccontare non solo il vulcano ma tutte le emozioni legate a questa esperienza.

Decido di scrivere a Benedikt Jóhannesson di Iceland Review condividendo con lui una bozza di progetto fotografico.
Dopo la precedente pubblicazione del mio lavoro video Let’s Fly on Iceland (interamente girato in Islanda utilizzando una videocamera montata su un drone), volevo anche in questo caso riprende la zona dall’insolito punto di vista aereo perché solo in questo modo è possibile capire quanto il Bardarbunga sia un punto vivo nel nulla più inanimato dei deserti lavici.
O come dice il mio compagno di viaggio, il fotografo ed editor Páll Stefánsson, “in the middle of nowhere!”.

Dopo quattro giorni di attesa, arrivano i permessi per un team di sole quattro persone: Páll Stefánsson (editor), Zoë Robert (giornalista), Luis Emile Robert (assistente fotografo) e io. Volo subito in Islanda con il primo aereo disponibile da Torino: Parigi, Londra e venti ore dopo aver lasciato l’Italia arrivo a Reykjavik il 10 ottobre intorno all’una di notte. Poche ore di riposo e la mattina presto incontro il team presso la redazione di Iceland Review. Il nostro permesso è valido per entrare nella zona interdetta e pernottare la notte tra sabato 11 e domenica 12 ottobre.


2014, Elisabetta Rosso

2014, Elisabetta Rosso

È sabato mattina, velocemente andiamo all’aeroporto cittadino di Reykjavik dove ci imbarchiamo su un bielica, destinazione Akureyry, “la capitale del nord”.

Una breve tappa per il rifornimento di cibo e acqua.
Abituata a bere acqua anche dai fiumi, provo una strana sensazione nel comprare acqua in bottiglia… ma stiamo andando in the middle of nowhere!

Dopo circa nove ore di strade di ogni tipo, di deviazioni dovute alla mancanza di carburante, di controlli di polizia, al check point allestito in un container comincio a vedere il fumo e le prime avvisaglie dell’attività eruttiva in corso. Sono circa le sette di sera.

Attiviamo i rilevatori di gas e di ossigeno, indossiamo le maschere e ci avviciniamo alla bocca eruttiva. Nonostante la forte nevicata e il vento decido comunque di far volare il drone per le prime riprese e successivamente scattare le prime fotografie.


2014, Elisabetta Rosso

La regola ci impone di non allontanarci per più di 5 minuti a piedi dal nostro fuoristrada.
Sapevo che era così, ma solo quando sono arrivata sul posto ho capito quanto questa precauzione fosse necessaria. La bocca del vulcano ormai è abbastanza lontana dal fronte della lava (qualche centinaio di metri), ma avvicinandosi si sente il rumore della roccia fusa che scorre a pochi metri da noi.

Un rumore inquietante di ciottoli nel buio di una notte infuocata di rosso. Per la prima volta una sensazione di timore e al tempo stesso di grande attrazione: “il mostro” è lì!

© 2014, Elisabetta Rosso
© 2014, Elisabetta Rosso
 
© 2014, Elisabetta Rosso

Rimaniamo in zona fino a notte inoltrata per rientrare poi verso l’1:00 (ora locale, le 3:00 ora italiana) verso il rifugio di Askja (a un’ora circa dall’eruzione) dove abbiamo (più o meno) dormito nonostante la completa mancanza di riscaldamento (circa 0°c all’interno). La mattina la sveglia è alle 5:30: l’alba è alle 7:30 circa e non vogliamo perderla. Nevica molto e lo spettacolo è surreale.

© 2014, Elisabetta Rosso

Passiamo nove ore ai piedi del vulcano e della colata lavica.
Nove ore sotto la neve.
Nove ore con la maschera anti-gas.
Nove ore indimenticabili.

L’allarme ticchetta e dobbiamo correre in macchina e allontanarci perché il livello di ossigeno è sceso pericolosamente. Intorno a noi mulinelli di vento e neve trasportano i gas tossici.
Non si sente odore ma gli occhi bruciano. Dopo nove ore ripartiamo e ci aspettano dieci ore fino ad Akureyri dove arriviamo verso le undici di sera.
Ormai la neve è davvero fitta.

Ho con me non solo memory card piene di scatti, ma anche sensazioni ed emozioni, e ora il lavoro che mi aspetta sarà quello di cercare di trasferire il senso stesso del viaggio, di questa avventura indimenticabile che mi ha ancora di più avvicinata (mai così “intimamente”) all’Islanda. Dalle riprese video/fotografiche nasce ICELAND, LAND OF FIRE: ROUNDTRIP TO HELL, un video-documento che in meno di quattro minuti vuole raccontare la nostra spedizione verso il cuore dell’Islanda.

Si ringraziano Iceland Review, intelligentUAS ed ICEVISIT.

www.elisabettarosso.com/viaggi

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